Come innamorarsi di nuovo del giardino

Credo sia il quesito che molti di noi, facendo parte della filiera del verde italiano, ci poniamo ogni giorno sin dall’apertura dell’attività o sin da quando abbiamo cominciato a capire la realtà che ci circonda.
Non è una domanda banale e le risposte possono essere molteplici e non necessariamente efficaci.
Ma quest’articolo non è rivolto solo ai miei colleghi bensì a tutti coloro che hanno/vorrebbero/non vorrebbero un giardino, ovvero tutti.


Il mio concetto di prateria mediterranea – Stefano Assogna

Per spiegare a fondo un argomento così vasto e delicato probabilmente non basterebbe un anno di lavoro ma vorrei comunque provarci con esempi concreti, semplici e che secondo me rendono giustizia alla mia teoria.
Da curioso e conoscitore della storia e della filosofia dei giardini, dovrei in realtà fare innumerevoli preamboli prima di arrivare a teorie ed esempi, perché servirebbero ad una migliore comprensione.

Approfondimenti che in parte possono essere fatti comprando il mio libro:

Se tutti avessimo un giardino – Amazon

e/o acquistando un testo che a mio avviso è fondamentale per la comprensione del concetto di giardino:

Una filosofia dei giardini – Amazon

Partenza

Qual è il rapporto degli italiani con il giardino? E’ senz’altro un rapporto controverso e ricco di sfaccettature.
Di base, non dovrebbe esistere alcun motivo per cui il giardino debba essere messo in continuazione in secondo piano in un paese, dove il “bello” è l’attore protagonista in grado di mettere d’accordo tutti.
In considerazione del meraviglioso contributo che l’Italia e i suoi precedenti regni hanno dato nei secoli al mondo dei giardini, è assai bizzarro prendere consapevolezza di quello che accade oggi.
L’innovazione, gli investimenti e l’interesse per il mondo dei giardini e delle infrastrutture verdi (verde in ambito urbano, metropolitano) sembrano ormai aver abbandonato del tutto il nostro paese.
Nel mio libro parlo di come il verde pubblico influenzi il verde privato e viceversa, e di quanto sia un danno per noi e le nuove generazioni vivere in un contesto quasi del tutto privo di una pianificazione paesaggistica sana e volta alla produzione di servizi ecosistemici.
La mancanza di un background generale in tal senso è da ricondursi quindi alla totale incuria dello stato e delle amministrazioni, nei confronti, innanzitutto, del verde cittadino e quindi di tutti.
Lo stato e le amministrazioni sono quindi colpevoli di non creare più le basi, le fondamenta, per una cultura del verde di fondamentale rilevanza e di estrema necessità per il benessere delle persone e dell’ambiente in cui vivono.
Chi nasce e cresce in una città come Roma (come esempio mediano dell’intero paese), ad oggi, è quindi orfano di una cultura del verde invece assolutamente accessibile in tutto il mondo anglosassone, ad esempio, e in misura sempre maggiore anche in quello asiatico.
Una cultura che come cassa di risonanza ha poi le credenze comuni sviluppatesi negli anni e tutta una filiera del verde che aimè, spesso e volentieri, anziché invertire pericolose tendenze le ha confermate e rafforzate.
Mi riferisco in particolar modo alla considerazione della figura del giardiniere, alle credenze su cosa sia o non sia un (bel) giardino e alle innumerevoli teorie sulla presenza ed efficacia degli alberi in ambito urbano.
Se sul primo e terzo aspetto si discute già da tempo, sul secondo, per motivi a me ignoti nessuno proferisce parola.
Da una parte c’è spesso un odio profondo per tutto ciò che è pianta, albero e giardino, e dall’altra, per fortuna, c’è profonda ammirazione e voglia di circondarsi di bellezza.
Le file interminabili al giardino di Ninfa, ogni anno, sono sinonimo di speranza perché ci dicono che nonostante tutto, sappiamo ancora riconoscere il bello e vogliamo farlo entrare nelle nostre vite.
La bellezza, ai livelli massimi, è forse insindacabile e di facile comprensione e Ninfa è senz’altro un giardino che ci fa pensare ad un luogo non lontano dal concetto di paradiso, ben chiaro a tutti grazie alle innumerevoli rappresentazioni scritte, dipinte e scolpite nel corso dei secoli.
Prendiamo l’Inghilterra e la sua incredibile tradizione legata al giardino e al giardinaggio (clicca QUI per leggere un mio articolo a riguardo). Il 70% della popolazione sceglie il giardinaggio come hobby principale e si dedica a questa pratica così nobile, quanto antica e benefica per la salute fisica e mentale.
Se il giardinaggio della domenica improvvisamente si trasformasse per loro esclusivamente nella “manutenzione” del prato, con tutti i grattacapi che comporta (Clicca QUI per saperne di più), in aggiunta ad operazioni simili (ed alienanti) quali il taglio della siepe e magari la pulizia dalle foglie dal vialetto, probabilmente cesserebbe di essere un’attività interessante e diventerebbe piuttosto un incubo o nella migliore delle ipotesi una “scocciatura” necessaria.
Questo per dire fondamentalmente che di base, noi abbiamo perso del tutto la concezione del significato che sta dietro all’azione del fare giardinaggio, inteso come rapporto più intimo possibile tra noi e la natura.
Fare giardinaggio vuol dire prendersi del tempo per se stessi, vuol dire fare amicizia con la natura, conoscerla ed imparare e migliorare virtù fondamentali come la pazienza o a sviluppare la curiosità, l’osservazione, la sensibilità verso un mondo così misterioso quanto fondamentale per la nostra esistenza.
Fare giardinaggio non vuol dire prendere in mano un tagliaerba, una motosega o un tagliasiepe, ma entrare in contatto con organismi viventi e trarne il massimo beneficio in termini di appagamento personale e indiscussa bellezza. Ancora, fare giardinaggio non vuol dire soltanto coltivare cibo (sacrosanto) ma anche fascino, meraviglia, incanto e tutto ciò che oltre la nostra pancia, possa arricchire il nostro animo, la nostra cultura.
Una riscoperta del giardinaggio, quello vero, è senz’altro uno dei punti cardine su cui fare leva per sensibilizzare le nuove generazioni e riportare un intero settore a quel virtuosismo che ormai troviamo soltanto in paesi esteri.

Caos

In Italia, a seconda della regione di appartenenza, viviamo o meno in un luogo che valorizza il verde a 360° come fonte primaria di servizi ecosistemici in ambiente urbano. L’assorbimento degli inquinanti alla fonte, la mitigazione delle temperature, il miglioramento della qualità dell’aria, la regimazione delle acque e, in termini di impatto sociale, la riduzione del tasso di criminalità o l’apporto di innumerevoli benefici psichici sono soltanto alcuni dei valori aggiunti che una corretta pianificazione del paesaggio urbano può portare all’ambiente e alla collettività.
Nel caso in cui ci trovassimo in quel tipo di regione dove per molteplici motivi il verde pubblico non viene più considerato, potenzialmente, noi potremo non avere mai un esempio nella nostra vita di come vada gestito correttamente un parco, un viale alberato, un giardino, ecc.
In definitiva potremmo non sapere mai cosa significa vivere in una città dove il verde è frutto di un’attenta pianificazione in continuo sviluppo e degli innumerevoli e irrinunciabili vantaggi che esso porta nelle nostre vite.
Se usciamo di casa e da quando siamo nati vediamo questo:

Nigel Dunnett Landscape Designer


Nigel Dunnett Landscape Designer


Gillespies Studio


Gillespies Studio


Gillespies Studio

Saremo indubbiamente portati a dare la giusta importanza alla presenza delle piante in ambiente pubblico o nella nostra proprietà, riconoscendo l’estrema rilevanza di una corretta pianificazione a monte.
Un progetto è infatti in grado di dare vita ad un sistema che funzioni nel tempo e porti tutti i benefici che ci si aspetta debba portare.
Una visione olistica, d’insieme, è quindi necessaria ai fini della corretta comprensione dell’importanza delle infrastrutture verdi e più nello specifico, dei giardini nella nostra vita. Non è un caso che le nuove città, frutto dell’espansione economica veloce e incontrollata di paesi come la Cina, vengano pensate come grandi città-giardino. La pianificazione del paesaggio subentra quindi nella pianificazione urbanistica diventando un tutt’uno con essa. Immense città-giardino nascono in pochissimo tempo, a fronte di città dall’incalcolabile patrimonio storico come Roma che non riescono neanche a preservare il lascito delle generazioni passate. Ad oggi, la pianificazione di una nuova città senza una fortissima e direi quasi preponderante presenza di vegetazione funzionale, sarebbe impensabile.
Lo sprawl urbano è uno dei grandi artefici del degrado di tutto il nostro settore e non so cosa darei per vedere uno studio, una ricerca in tal senso che confermi la mia teoria. Anni, decenni di abusivismo incontrollato hanno portato alla formazione della cosiddetta città diffusa, caotica e priva di pianificazione.
La crescita esponenziale di ville e villini fuori e dentro il tessuto urbano, senza alcun criterio e regolamentazione, ha con se un pericolosissimo lascito: migliaia, milioni di famiglie con terreni ingestibili e ovvia mancanza di fondi in rapporto ad essi. Da qui la cultura del prato da seminare “e il gioco è fatto”.
Centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di case in Italia prive di un giardino ben strutturato, progettato, realizzato e gestito perché fondamentalmente non ci siamo mai posti il problema: il terreno fuori casa è un impegno e un prato da sfalciare basta e avanza.
Se come nei paesi nordici la pianificazione urbanistica dal secondo dopo guerra in poi fosse stata così rigida e attenta al dettaglio, ad oggi ci troveremmo un tessuto urbano ordinato, concentrato e non disperso in modo così caotico (dando oltretutto più spazio all’agricoltura). Saremmo in grado di valutare correttamente se un appezzamento di terra intorno il fabbricato fosse in sintonia o meno con le nostre capacità economiche, consapevoli che come la casa, lì dovrà sorgere un bel giardino progettato, costruito e gestito a regola d’arte. E anche se non potessimo permettercelo, vivendo in un contesto di quel tipo avremo comunque sviluppato una sensibilità tale da permetterci di crearlo di persona, con più tempo ma con risultati di tutto rispetto. Molti tra i miei clienti e tra voi che mi leggete, hanno/avete sviluppato questa sensibilità negli anni ma sappiate che siete una netta minoranza, una nicchia da tutelare a mo’ di patrimonio Unesco.
E’ sempre solo ed esclusivamente il progetto che dà “vita” ad un giardino, ad un viale alberato, ad un parco, ad un rain garden, ad un tetto verde. Un progetto mal effettuato, magari in mancanza di fondi o di professionisti competenti (di cui oggettivamente siamo pieni) che addirittura viene abbandonato negli anni, viene ovviamente visto come un grande spreco per la comunità. Quello che si dovrebbe tradurre in un incremento della qualità della vita e in una fucina di servizi ecosistemici, si traduce in un’occasione persa e un ulteriore rafforzamento da parte della collettività dell’idea che i soldi investiti nel verde sono un tremendo spreco. A perderci siamo tutti noi.
Ma se tra le priorità di chi amministra non c’è quella di migliorare la qualità della vita degli abitanti, si spera che si possa trovare professionalità, competenza e servizi all’avanguardia da tutte quelle aziende e professionisti che operano nella filiera del verde. E qui “casca l’asino”.
Come se non bastasse il degrado urbano a diseducare le persone, aimè, gran parte del mio settore ha remato e continua a remare nella direzione diametralmente opposta all’unica via da seguire.
Chi fa verde privato ad oggi deve pensare in primis alla sostenibilità ambientale e deve essere in grado di capire e gestire correttamente l’organismo pianta. Deve padroneggiare l’arte della progettazione dei giardini informandosi in continuazione sulle sempre più infinite possibilità che essa offre, partecipando a corsi, seminari e workshop, di cui oggi, fortunatamente, siamo pieni. Deve saper fare avvicinare le persone alla natura nel modo più etico possibile ed è obbligato, a mio avviso, a portare bellezza tramite la progettazione e realizzazione di giardini che devono essere perfetti dal punto di vista progettuale e non più frutto di scelte casuali dettate dalla più totale mancanza di conoscenza in materia.

La cultura del prato e dei mercati del fiore

Come se non bastasse tutto ciò che vediamo sin dalla nascita fuori dal portone di casa, ci si aggiunge l’approssimazione di una filiera del verde interessata per lo più solo a massimizzare il profitto, a discapito del fine ultimo che dovrebbe essere alla base del nostro lavoro.
Troppo, troppo spesso vedo slogan, locandine, copertine e via dicendo, di aziende di giardinaggio che pubblicizzano la loro competenza nel fare giardino solo, ed esclusivamente, incentrata nella posa del prato.
Chi mi legge e mi conosce sa che tento in tutti i modi di far allontanare le persone dal tappeto erboso per portare nuovamente in auge un concetto di giardino più profondo, complesso e giusto.
Le mie non sono battaglie contro il tappeto erboso per motivi commerciali o di principio. La mia attività ad oggi si concentra sulla progettazione di grandi giardini privati, con qualche eccezione (vedi pagina FB o IG), e grazie ad una passione innata nel trasmettere la mia conoscenza sono docente presso la Scuola Agraria del Parco di Monza per corsi inerenti la progettazione e la gestione dei giardini in ambiente mediterraneo. La Scuola, tra gli innumerevoli corsi, propone approfondimenti sul corretto uso dei tappeti erbosi, mondo infinito e in continuo sviluppo, specie negli USA. Colleghi illustri raccontano con passione la complessa disciplina dietro il tappeto erboso che è e rimane un sistema erbaceo di primaria importanza specialmente in contesto sportivo, ma spesso anche in quello urbano.
La mia voglia di far distogliere l’attenzione dal prato non è legata all’uso del tappeto erboso di per se, utile e necessario in determinati contesti, ma perché è diventato il simbolo unico e indiscusso del giardino italiano.
Compriamo una casa con terreno, non ci curiamo di destinare del budget per la progettazione e realizzazione del giardino (clicca QUI per approfondire l’argomento) perché tanto in cuor nostro, sappiamo che basterà seminare il prato e il gioco sarà fatto. Al massimo andremo al vivaio, al garden center o nella migliore delle ipotesi da un giardiniere, e ci faremo posare del prato pronto. Questo semplice pensiero, che poi sfortunatamente si traduce in atto, distrugge in un colpo solo millenni di storia, innovazione, arte e bellezza. Una sorta di medioevo del mondo delle piante e dei giardini, un reset fatale (fortunatamente, solo ed esclusivamente italiano).
Ecco, queste righe descrivono molto sinteticamente il nocciolo della questione, il dramma di una cultura completamente devastata dal settore che invece dovrebbe nutrirla.
Che cos’è che fa un’azienda di giardinaggio o un’azienda florovivaistica che propone un giardino basato sul prato? Va incontro alle richieste di mercato poiché la domanda è esattamente questa.
Dal punto di vista economico nulla da dire. Un’impresa che organizza il suo business solo sulla domanda di mercato media italiana la potrei riassumere così:

  • Progettazione e realizzazione giardini: prato, palme e piante alla rinfusa se servono (aggiungiamo pure un bell’olivo secolare dalla Puglia)
  • Manutenzione giardino (già il termine manutenzione andrebbe abolito, scopri QUI il perché): taglio prato e siepe (tutto il resto è noia)
  • Abbattimento e potatura alberi ad alto fusto (servizio necessario per apparire come socialmente utili e per certi versi indispensabili agli occhi del pubblico)
  • Derattizzazione e disinfestazione di ogni tipo (classico servizio da giardinieri, è risaputo)

Ma sai che c’è, ma perché non facciamo anche:

  • Vendita di piante e accessori per il giardino: non dimenticandoci del mangime per i cani
  • Impianto di compostaggio: così il quadro è completo

E va benissimo. Stiamo andando incontro a ciò che chiede il pubblico e garantisco che un’azienda che offre questi servizi e prodotti, se ben amministrata, può arrivare a fatturare milioni di euro in pochi anni dalla nascita. Ma no, se vogliamo risollevare eticamente, culturalmente e perché no, anche economicamente questo settore cari amici miei, noi professionisti dobbiamo andare esattamente contro questa domanda di mercato. Non è assolutamente giusto e corretto che un cittadino non possa farsi neanche l’idea di cosa sia un vero giardino e come si crei. Sarebbe giusto invece dargli tutti gli strumenti, se mancano gli esempi nel quotidiano, per poterlo aiutare nella massima comprensione possibile di questo meraviglioso mondo e degli innumerevoli benefici che apporta nelle nostre vite.
Per questo credo che la formazione sia in campo professionale che hobbistico sia estremamente importante per dare armi e strumenti per una più elevata comprensione della materia. Dovrebbero essere le amministrazioni stesse a promuovere seminari gratuiti per la cittadinanza su cosa sia realmente un giardino e perché noi tutti dovremmo conoscerne gli aspetti peculiari: il ritorno culturale, economico e ambientale sarebbe incommensurabile.
Tornando alla cultura del prato, per opporci ad essa dobbiamo tornare a vendere progetti, consulenze e tutto quanto ciò che fino ad oggi sia stato dato per superfluo, scontato, incluso o gratuito. Dobbiamo fare, come professionisti, esattamente il contrario di quello che ci si chiede poiché chi chiede, aimè, non sa.
Un’azienda di giardinaggio che si sponsorizza su Instagram o Facebook solo con posa di prati pronti (ricevo almeno 2-3 inserzioni simili al giorno) non va a mio avviso nella direzione di cui abbiamo bisogno noi tutti, nonostante riceva applausi e like da molti. Senza mezzi termini, e lo dico con estrema cognizione di causa, è come se una ditta di costruzioni sponsorizzasse foto di scheletri di case spacciandole per abitabili, ricevendo like, cuori, complimenti, congratulazioni e richieste di preventivo.
Insomma, nonostante siamo tornati alla preistoria dei giardini, dopo secoli e millenni di storia e innovazione, possiamo almeno confidare in chi organizza le fiere florovivastiche, unici e rari momenti dove si può avere e spesso si ha l’occasione per parlare di giardino con cognizione di causa. Ecco, questo accade se non raramente, quasi mai.
Le fiere florovivaistiche sono un’altra tremenda opportunità sprecata per fare un po’ di cultura e, eccetto 1-2 casi, non si va mai verso la direzione dei grandi flower show del pianeta, dove i giardini temporanei, effimeri, e i suoi creatori, sono gli unici e indiscussi protagonisti.
Differiscono dal mercato rionale dei fiori per la qualità degli espositori e la rarità delle piante vendute, troppo poco per fare il salto di qualità.
Per spiegarmi, se io continuo ad andare in questi mercati per comprare la singola pianta, non capirò mai in vita mia cosa sia un giardino, neanche nel posto dove più in assoluto dovrei riuscire a comprenderlo agilmente. E’ solo rendendo il giardino e il suo creatore, veri protagonisti, che si sposta il focus e si passa dal mero (e fine a se stesso) collezionismo a qualcosa di più grande e decisamente più utile per noi e l’umanità.


Non basta comperare piante adatte al nostro clima se poi non sappiamo come usarle. In questa mia composizione, Stachys lanata, Achillea filipendulina, Nepeta racemosa, Ballota pseudodictamnus e Stipa ichu – Stefano Assogna

Per me non ha alcun senso logico comprare una pianta se poi essa non andrà a costituire un disegno più grande, ad integrarsi in un ecosistema, a rappresentare un punto focale, a completare un progetto ormai terminato, a dare quell’accento cercato da tempo, quel contrasto, quel tono di caldo, a comporre quello che possiamo chiamare giardino. Ovviamente, l’acquisto di una singola pianta non è quasi mai sufficiente per fare nulla, salvo rari casi. Ma poi, chi mi spiegherà come piantarla? Sarà sufficiente fare una buca o forse no? Dove la metterò? Cosa ci farò? La saprò coltivare?
E ogni anno, sistematicamente buttiamo soldi in piante di cui non sappiamo nulla e che non apportano nulla di significativo al nostro giardino, che forse, neanche abbiamo.
Un vero giardiniere, umile e sempre pronto a mettersi in dubbio, probabilmente dopo 30 anni di lavoro e studi ne sa meno del secondo giorno di lavoro, proprio perché non ha più certezze. Figuriamoci io che entro per la prima volta in fiera e ricevo i consigli dell’abile venditore.
L’unico modo in cui deve essere concepita una fiera florovivaistica, se vogliamo cambiare qualcosa, è incentrare tutto sul giardino, sul garden design, sul planting design, sulle figure del progettista e del giardiniere e poi infine, ma veramente soltanto alla fine, all’uscita, prima della cassa, portarsi 1-2 piante a casa (forse finalmente consapevoli di cosa poterci fare).


Cistus x skanbergii all’interno di un giardino mediterrraneo naturale – Stefano Assogna

Arrivo

Per rispondere alla domanda di quest’articolo in parte possiamo trovare degli spiragli di luce tra le parole scritte fin qui e quindi, cominciare a vedere le cose con un’ottica diversa. Ma andiamo per ordine.
Cominciamo con il progettista e quindi con chi dovrebbe conoscere molto bene la materia e saperla trasmettere con passione e competenza a parole ma soprattutto, con il giardino.
Il progettista che si dedica alla creazione di un disegno di per se non fa fatica ad amare il giardino, spesso però fa fatica a comprenderlo del tutto poiché ha delle gravi mancanze: non conosce le piante.
Partiamo dal presupposto che il Garden Design non è una disciplina che in Italia viene insegnata nelle facoltà e quindi il progettista di giardini arriva a questa nobile arte per vie traverse, mediante corsi di formazione più o meno autorevoli o titoli di laurea che per quanto vicini, sono e saranno sempre lontani.
Chi ha la fortuna di cominciare come giardiniere e/o vivaista e poi passare al lato progettuale, vedrà il giardino in ottica diversa e darà maggiore importanza alle piante e agli aspetti legati alla realizzazione e gestione, assolutamente fondamentali in fase di progettazione.
Non sono assolutamente d’accordo con chi tenta di scindere a tutti i costi la figura del progettista da quella del giardiniere. Un bravo Garden Designer è prima di tutto un bravo giardiniere.
Dirigere un cantiere avendo una solida esperienza in ambito realizzativo e manutentivo, avendo sputato sangue, sbattuto la testa e pagato sulla propria pelle gli errori, vuol dire vedere il traguardo prima di tutti e andare dritti verso il miglior risultato possibile senza esitazione. Nel mio caso è stato così e se posso reputarmi soddisfatto del risultato dei miei progetti, è solo grazie all’essere giardiniere prima e, designer dopo. Un bravo Garden Designer per essere dotato di quasi tutti gli strumenti teorici e pratici, o comunque, di una solida e ferrea base, dovrebbe affrontare un percorso di studi molto lungo. Giardinaggio, agronomia, garden design, planting design, ecologia, architettura e arboricoltura, dovrebbero essere materie, discipline, arti, affrontate in modo meticoloso e sviscerate all’inverosimile. Sia chiaro, le stesse materie, in proporzioni diverse, dovrebbero altresì far parte del bagaglio culturale di un giardiniere.
Quello di cui parlo in altri paesi è la normalità ed è per questo che va detto, ridetto e ripetuto all’inverosimile fino alla nausea.
Tutti i progettisti che non abbiano una forte preparazione in tal senso debbono affidarsi ciecamente ad un bravo, bravissimo giardiniere, delegando il più possibile e avendo l’umiltà di riconoscere i propri errori. Soltanto così potrà nascere un giardino che duri e che sia bello, sempre più bello negli anni a venire e non solo per i primi due. E qui di nuovo, “casca l’asino”.
Quando penso ad un giardiniere penso a Sandro Degni, amico e partner in affari per i miei progetti su Milano (e i suoi su Roma) come perfetta rappresentazione del giardiniere ideale: erudito, umile, sempre pronto a rimettersi in gioco, in dubbio, voglioso di imparare ogni giorno qualcosa di più e dedito alla nobile arte del giardinaggio come pochi. Un giardiniere con la sua esperienza può e deve imporsi di fronte ad un progettista, come suo pari o comunque come collega con prospettive ed esperienze diverse.


Terrazzo mediterraneo a Milano – Sandro Degni

In passato ho realizzato giardini estremamente complessi, anche in ambiti storici e di particolare pregio, con ottimi risultati perché ho sempre evidenziato le criticità del progetto cercando ogni volta di adattare l’idea alla cruda realtà.
Non esistendo in Italia aziende chiamate all’estero Landscape Contractors (che si occupano della realizzazione di un giardino dalla A alla Z), dobbiamo affidarci al singolo giardiniere o alla ditta di giardinaggio per una nuova realizzazione e relativa gestione, andando poi a cercare le singole maestranze come: muratore, elettricista, idraulico, falegname, ditta per il movimento terra, fabbro, ecc.
Dovrebbe essere quindi più facile trovare un bravo giardiniere e invece è estremamente complesso.
Innanzitutto dobbiamo essere noi consapevoli di sapere chi è e cosa fa il vero giardiniere, oltre a tagliare il prato, la siepe ed effettuare potature ad alto fusto (di cui in realtà dovrebbe occuparsi l’arboricoltore). Presa consapevolezza di ciò sarà tutto molto più facile e in ogni regione d’Italia, garantito al 100%, esistono grandi professionisti che potranno veramente fare la differenza nel processo creativo e gestionale di un giardino.
Quindi, appurato che avere una laurea in scienze agrarie o forestali, in botanica, in architettura del paesaggio, non è assolutamente sufficiente per esercitare la professione del Garden Designer poiché fondamentalmente parliamo di mestieri diversi, più facile sarà la comprensione di tale figura.
Appurato che il giardiniere può e deve essere anche altro oltre a chi mostra a caratteri cubitali sul proprio furgoncino o sulla pagina FB i servizi descritti poco fa, più facile sarà affidarsi al giusto professionista e soprattutto fidarsi, facendo un passo indietro nei confronti da chi in campo ci vive, ragiona e lotta.
Con queste parole, con questo articolo, non mi rivolgo solo al mio potenziale cliente, ma a tutti, professionisti, hobbisti e futuri miei clienti, perché ritengo che un cambiamento efficace debba avvenire in ogni ambito.
Chi manca all’appello? Il vivaista.
Nel mio mondo ideale il vivaista si occupa soltanto di produrre piante, decidendo su quale famiglie, generi, specie puntare. Nella realtà molti vivaisti fagocitano ogni professione legata alla filiera del verde eliminando a monte qualsiasi tipo di concorrenza: il 99% degli italiani per ogni servizio/prodotto inerente il giardino si reca dal vivaista o nei garden center.
Tutto ciò è devastante per il nostro settore e induce spesso in un monopolio ingiustificato, nocivo e controproducente per l’intera filiera. C’era una volta quella storia che ci raccontava che nella vita bisogna specializzarsi in qualcosa e che chi farà tutto, inevitabilmente finirà per farlo male. Il problema appunto non è fare più cose, ma fare più cose e farle molto male.
Non entro nel dettaglio perché è evidente a chiunque il conflitto di interesse che può avere a volte un vivaista nei confronti del proprio cliente e lascio quindi trarre le dovute conclusioni.
E’ chiaro che se io progettista o giardiniere scelgo e compro le piante nei migliori vivai di produzione italiani, non avrò altro interesse che trovare la pianta migliore al prezzo migliore per il mio cliente. Oltretutto avrò accesso ad un catalogo infinitamente più vasto e potrò utilizzare piante magari più interessanti, poco conosciute ma ugualmente idonee al luogo.
Ho perso il conto di quante volte nella mia vita ho visto delle siepi realizzate da vivaisti con piante distanziate tra loro appena 10-15 cm. Siepi mai cresciute, clorotiche e danneggiate in pochissimo tempo a causa della perdita di moltissime piante. Un risultato catastrofico per un cliente che paga se non 10 volte tanto, almeno 5 volte tanto il reale valore di una siepe. Non mi riferisco alle piccole attività che comunque se sommate insieme alle altre danneggiano il mio settore e la percezione di chi dovrebbe finanziarlo (il cliente finale), ma specialmente alle grandi e insospettabili realtà che troppo spesso in nome del denaro dimenticano qualsiasi buona pratica ed etica professionale.
Appurato che per me il vivaista ideale rimane quello che investe in ricerca, in tecnologia, in varietà, in innovazione, nel rapporto col cliente e non ha tempo di mettersi a progettare, realizzare e gestire giardini, esistono svariate eccezioni. Molti ottimi produttori italiani di piante mediterranee e non, affrontano con grande professionalità la progettazione e realizzazione dei giardini, facendo gli interessi del cliente e portando in alto il made in Italy. C’è anche chi parte da progettista o giardiniere e per ampliare la propria attività e assicurarsi magari un futuro più florido, decide poi di investire nella produzione.
Quindi, delineato infine il profilo del vivaista virtuoso, arriviamo alla forma di giardino in grado di mettere d’accordo tutti (persone, ambiente e risorse economiche) e di risvegliare la nostra voglia di natura e bellezza.

La retta via

Nei miei corsi sul giardino mediterraneo (clicca QUI per iscriverti) introduco il meraviglioso mondo dei giardini mediterranei tramite gli ecosistemi naturali, spiegando cosa accade in natura nel nostro clima e cosa fondamentalmente possiamo fare per adattarci ai cambiamenti climatici.


Esempio di matrice mediterranea nei miei giardini – Stefano Assogna

Promuovo e divulgo un modo di fare giardino particolarmente attento alla preservazione della biodiversità e alla salute dei suoli, mediante l’utilizzo di piante che non avranno mai bisogno (salvo rari casi) né di trattamenti né di concimazioni.
Cerco oltretutto di far capire quanto importante sia ad oggi preservare risorse apparentemente infinite come l’acqua, ma sempre meno disponibili, preservandole il più possibile mediante l’utilizzo di piante mediterranee e tecniche agronomiche specifiche.


In queste bordure, la presenza di telo pacciamante professionale riduce l’uso dell’acqua e la crescita di erbe spontanee

Non è soltanto scegliendo piante resistenti alle malattie che si mette in piedi un giardino dal basso livello di gestione, ma anche e soprattutto sapendo abbinarle correttamente, fino alla creazione di un ecosistema parzialmente autosufficiente. La biodiversità vegetale è estremamente importante poiché strettamente correlata alla biodiversità animale, e quindi alla presenza, ad esempio, di insetti utili e antagonisti.
Negli anni 90’ in Germania è stato coniato un nuovo modo di progettare con le piante: il Matrix Planting.


Gravel Garden progettato mediante la tecnica del Matrix Planting – James Basson Landscape Designer

Questo metodo, di cui sono un fiero sostenitore, consente di andare a creare delle associazioni vegetali che riprendono per resa visiva le fitocenosi che avvengono in ambiente naturale. Ovviamente non è soltanto la qualità visiva della composizione a rappresentare un grande pregio, ma anche e soprattutto l’efficacia dell’associazione stessa, in termini di risparmio di risorse ambientali ed economiche.


Uno dei miei progetti basati sul Matrix Planting di cui parlo durante i miei corsi, nello specifico un Gravel Garden – Stefano Assogna

Un giardino che tende a simulare la natura comporta una drastica riduzione in:

  • Uso dell’acqua
  • Impianto di irrigazione, talvolta non necessario
  • Trattamenti fitosanitari (pressoché nulli)
  • Concimazioni (quasi sempre da evitare)
  • Interventi di cura e gestione (manutenzione)
  • Tappeti erbosi e tutto ciò che ne consegue

L’assenza del tappeto erboso o il suo utilizzo in modo estremamente meticoloso, la riduzione di siepi monospecifiche topiate e l’uso di piante naturalmente adattabili al luogo, abbattono drasticamente i costi legati agli interventi. Le potature vengono di solito effettuate due volte l’anno, mentre gli interventi di diserbo manuale devono essere fatti frequentemente il primo anno, saltuariamente gli anni successivi.
Vediamo che si passa da un giardino meccanizzato e totalmente dipendente dall’uomo, ad un giardino che senza uomo se la caverebbe senza troppi problemi.
Il nostro compito diventa quindi quello di guidare il giardino verso la sua più naturale evoluzione, in accordo a quelli che erano gli obiettivi preposti in fase di progetto.


Angolo di macchia mediterranea mista in uno dei miei giardini – Stefano Assogna

Con questa nuova corrente di paesaggismo, passatemi il termine, ecosistemico, spostiamo finalmente il focus verso la vera essenza del giardinaggio e verso tutti gli incredibili benefici che un giardino può donarci.
Le azioni di routine e ben programmate a calendario quali:

  • Taglio settimanale del prato
  • Concimazione del prato e delle piante dalle 3 alle 5 volte l’anno
  • Trattamenti fungicidi e insetticidi in prevenzione e in cura
  • Potatura delle siepi costante e necessaria per mantenere le forme geometriche
  • Pulizia delle foglie dai prati

E altre cose noiose, vengono man mano soppiantate da azioni assolutamente più gratificanti e che invece di allontanarci e rendere l’attività del giardinaggio alienante, ci connettono finalmente in modo intimo con la natura. La riduzione delle attività “necessarie” ai fini di mantenere tutto “pulito” e in “ordine” ci consente di dedicare più tempo ad osservare le fioriture, le forme, il movimento delle piante e il mutare ad ogni stagione dell’intero giardino.
Un giardino dall’impronta naturalistica è un giardino che in primis va capito e compreso e poi, gestito con pochi e mirati interventi.


In questo giardino, ad esempio, si interviene due sole volte l’anno – Stefano Assogna

Nei miei giardini ormai arrivati a maturità ad esempio cosa andiamo a fare?

  • Le siepi miste mediterranee vengono potate una sola volta l’anno a fine estate, stando sempre molto attenti ad assecondare le forme naturali delle piante.
  • Tutte le altre arbustive da gariga vengono potate a fine estate, con qualche eccezione.
  • Seguono poi a fine inverno gli interventi di potatura sulle piante erbacee che naturalmente perdono la vegetazione con l’arrivo dell’autunno.
  • Diserbiamo manualmente qua e là a seconda della necessità e ho riscontrato con molto piacere che è un’attività che piace a molti miei clienti. Chiaramente a seconda del livello di manutenzione andranno fatte delle scelte agronomiche e botaniche volte alla riduzione del diserbo manuale.
  • Spostiamo o coltiviamo in vaso piante che naturalmente si sono disseminate oppure le lasciamo lì dove sono, curiosi di vederne lo sviluppo e l’integrazione nel contesto: il caso a volte migliora il progetto.

Un cambiamento radicale in termini di gestione e cura si traduce in uno stravolgimento dell’idea di giardino. Finalmente eliminiamo dal nostro vocabolario le parole impegno, dovere, scocciatura, ordine, pulizia, spreco, e lasciamo il posto ad ammirazione, gioia, osservazione, serenità, attività motoria, divertimento e fascino.


Passeggiate su un letto ghiaia tra le piante mediterranee in piena fioritura per capire cosa si prova…. – Stefano Assogna

La vera svolta comincia quindi con un progetto in grado di rendere reale tutto ciò e l’eliminazione quasi totale del retaggio catastrofico che ci siamo portati avanti fino ad oggi.
Un reset pressoché completo della cultura del prato e della siepe, e l’introduzione di un paesaggismo ecosistemico in grado di ricucire tutte le ferite e portare benefici a tutta la filiera del verde, al consumatore finale e soprattutto, all’ambiente.

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